La Valle Umbra: Montefalco "La ringhiera dell'Umbria"

BREVI CENNI STORICI

 

Sopra un colle a dominio delle pianure del Topino e del Clitunno,  Montefalco m 472, ab. 5624, 41 km da Assisi, offre affacci panoramici di straordinaria bellezza, celebrati nella letteratura e ricordati nell'appellativo “ringhiera dell'Umbria” che pur si adatterebbe a non pochi centri rivolti, dal bordo collinare, alla porzione mediana della Valle. Il peculiare rapporto del centro abitato con il paesaggio circostante  fenomeno non solo estetico, proiettandosi la matrice insediativa stessa verso la campagna attraverso assi radiali convergenti nella piazza centrale. La formazione della cittadina e la sua storia medievale si relazionano costantemente con il territorio agricolo, spazio economico e di autonomia politica da tutelare (anche nelle porzioni paludose) dalle vicine Bevagna, Foligno e Trevi, e da sorvegliare per le opere idrauliche, il sistema dei mulini, le colture specializzate. Il mosaico di campi irregolari verso cui protende la città e l'esito di sistemazioni definite già  nel '200, quando l'oliveto e il vigneto specializzato, documentato dall' XI secolo (il rinomato vitigno sagrantino e importato probabilmente dai monaci), si alternavano alle colture irrigue e alle paludi. Se Montefalco non svolse mai una funzione territoriale primaria, in ragione anche della sua posizione distaccata rispetto alle due direttrici della Flaminia, ebbe però  un ruolo culturale di prim'ordine in ambito regionale divenendo, grazie anche alla comruttenza dei Francescani, centro di diffusione di movimenti pittorici fondamentali per l'evoluzione dell'arte umbra.

MONTEFALCO

L'antico Coccorone (o Corcurione) si sviluppa sul luogo di un pagus romano compreso nel municipio di Mevarua (Bevagna). Nell'organizzazione territoriale longobarda l'insediamento agricolo collinare evolve in corte, dotata di castrum e pieve, che diviene centro ordinatore della campagna. Nel XII secolo, il nucleo feudale e definito entro una cinta muraria circolare nella quale si aprono cinque porte (S. Maria, S. Bartolomeo, di Damiano, S. Clemente o di Colle Mora, S. Lorenzo), verso le quali si diramano a stella altrettanti assi viari che ripartiscono l'abitato in settori. Presso ogni porta, una parrocchiale funge da polo di urbanizzazione. Ha preminenza, già nell'organizzazione urbana alto-medievale, l'asse che della platea centrale va al portone di S. Maria, nei cui pressi era la scomparsa chiesa di S. Maria in Plateola (di proprietà agostiniana), nella quale trovano sede le prime magistrature comunali. La crescita all'esterno del perimetro castellano avviene nei primi decenni del '200, quando si formano il popoloso borgo del Castellare fuori il portone di S. Maria, e il borgo di Colle Mora oltre la porta S. Clemente. Un secondo perimetro fortificato, realizzato entro i primi decenni del XIV secolo, addiziona le espansioni extramurarie, creando tra le due cerchie concentriche il cosiddetto girone. Contesa tra l'Impero e il Papato nell'ambito delle lotte egemoniche sul Ducato di Spoleto, nel 1249 la città e devastata dal conte d'Aquino, vicario di Federico II, e in tale occasione prende il nome di Montefalco.

A partire dagli ultimi decenni del '200, l'insediamento degli Ordini mendicanti fissa le coordinate dei successivi processi di crescita, attraverso una politica insediativa che vede i Francescani attestarsi nel borgo di Colle Mora, e gli Agostiniani controllare il borgo del Castellare e poi distribuire in modo puntiforme nel tessuto urbano monasteri femminili, chiese e confraternite. Attorno al 1320, la Curia ducale di Spoleto si trasferisce nella chiesa-fortezza di S. Fortunato, mentre e promossa in città la costruzione di una rocca, distrutta nel secolo successivo. Montefalco è poi concessa in vicariato ai Trinci di Foligno, che la tennero dal 1383 al 1439, per poi tornare sotto il diretto dominio della Chiesa. Se la committenza religiosa accresce il prestigio di Montefalco nel campo delle arti, quella della feudalità urbana ne aggiorna le architetture a partire dal '500, pur senza intaccare la struttura medievale che tuttora qualifica la città.

BORGO DEL CASTELLARE.
Dal largo Buozzi si entra nel centro storico per la porta S. Agostino, o dello Stradone, che si apre in un tratto ben conservato delle mura duecentesche, restaurate nella prima metà del Trecento; e sormontata da una torre merlata e, nella lunetta interna, e decorata da un affresco votivo (secolo XIV) con Madonna e santi. Oltre la porta inizia la salita del corso Mameli, il principale asse della città medievale e spina del compatto borgo del Castellare, formatosi nella prima metà del Duecento fuori dalla prima cerchia murata e strutturatosi a fine di quel secolo attorno all'insediamento agostiniano. Vi si incontra, subito a destra, la casa Angeli, che ha murati in facciata i resti di urne e di marmi romani e stemmi; a sinistra prospetta la casa Senili-Scorzoni, con decorazioni interne quattrocentesche.

S. AGOSTINO.
Gli Eremitani si trasferiscono nel 1275 nel borgo del Castellare, presso il portone principale della prima cinta, nel luogo della chiesa di S. Giovanni Battista concessa dal Comune all'Ordine. Tra il 1279 e il 1285 viene costruito l'odierno edificio, ingrandito nel 1327. La semplice ed elegante facciata in pietra ha un bel portale della fine del secolo x con fasci di colonnine e ricchi capitelli. L'interno è formato da una grande aula coperta con capriate lignee a vista e terminante con un'abside poligonale con volta costolonata; a destra si affianca la navata minore, esito dell'ampliamento trecentesco che riunisce una serie di cappelle. Le pareti sono coperte di affreschi dei secoli XIV XV XVI.

I PALAZZI GENTILIZZI:
Un processo di sostituzione e ristrutturazione del minuto tessuto medievale che accompagna, tra Quattro – Cinquecento l'affermazione della nuova feudalità urbana lascia esempi significativi lungo la via principale nel tratto che, dopo S. Agostino, si svolge entro il nucleo di murazione castellana. Dove il corso si allarga nel la piccola piazza Mustafà si trova, a destra, il palazzo Tempestivi sede di uffici comunali), eretto nel XVI secolo, con il portale a bugnato; nella laterale via Tempestivi sorge il palazzo Langeli, da alcuni attribuito al Vignola, decorato nel salone da affreschi di scuola degli Zuccari. Segue sul corso, a sinistra, il palazzo Moriconi-Calvi poi Pambuffetti, con facciata quattrocentesca.

PIAZZA DEL COMUNE.
Al termine del corso, nel punto più elevato della città, si apre la piazza rappresentativa del potere civile e religioso, già “castrum”feudale. La “platea rotunda” , come è definita al principio del '300 per la forma quasi circolare che ripete quella delle mura che la contengono, assume nell'alto Medioevo la funzione di fulcro del sistema urbano, nel quale convergono dalle cinque porte le altrettante vie che organizzavano in spicchi l'abitato.

PALAZZO COMUNALE.
Già palazzo del Popolo, fu costruito ne 1270, successivamente ampliato e molto rimaneggiato nell'800. A questo secolo appartiene la facciata, preceduta da un portico a pilastri ottagonali (secoli XV-XVI ); inferiormente e sul fianco si riconoscono murature in pietra dell'edificio medievale, cui appartiene anche la bifora con colonnina tortile.

ALTRI EDIFICI DELLA PIAZZA.
Facendo il giro della piazza da destra, si osserva l'ex chiesa di S. Filippo Neri, inserita nel 1705 e nel 1895 trasformata in teatro; quindi l'oratorio di S. Maria Piazza “de Platea” o del Popolo, documentato dal XII secolo nel Medioevo utilizzato per le riunioni del Comune; all'interno affresco di Francesco Melanzio (15213 raffigurante il Padre Eterno, Madonna col Bambino e quattro santi (il S. Severo sarebbe l'autoritratto; la Madonna il ritratto della moglie; la figura di S. Girolamo è perduta).


S. FRANCESCO.
Dalla piazza, vi scende in pochi passi la via Ringhiera Umbra. L'ex chiesa fu iniziata con il convento (ora i gran parte occupato dall'ospedale) dopo il 1336 e nel 1340 era già ultimata. In seguito fu ampliata con la costruzione di cappella lungo il lato destro, nel '600 riunite a formare una navata minore. La fredda facciata assunse l'aspetto attuale alla fine dell'804 quando venne realizzato il rivestimento in pietra: al centro rimane il portale rinascimentale (datato 1555) con le porte lignee intagliate coeve. L'importanza che la chiesa francescana ebbe nel vita civile medievale e testimoniata dalla sua destinazione a riunioni e a funzioni pubbliche, tra cui la nomina dei priori. In questo quadro, culturale e dottrinale, si colloca la committenza dei frati minori per l'ampio programma decorativo avviato tra la fin del '300 e l'inizio del secolo successivo, che trova la sua massima espressione a metà Quattrocento quando il priore fra' Jacopo chiama a lavorare in città Benozzo Gozzoli. I1 ciclo della vita di ' Francesco realizzato nella chiesa dall'artista fiorentino fa di Montefalco un centro culturale di primaria importanza in ambito regionale, destinato a influenzare la pittura umbra per tutta la seconda metà del secolo. Nel 1895 la chiesa è stata trasformata in museo civico.

IL BORGO Dl COLLE MORA.
Strutturato dalla via Ringhiera Umbra scende oltre S. Francesco fino al varco della porta della Rocca, aperta nelle mura del XIII secolo che inglobarono la nuova espansione.
Fuori delle mura, splendida vista sulla piana del Topino e del Clitunno. Qui sorgeva la Rocca trecentesca, fatta costruire dal rettore del Ducato di Spoleto 'contro' la città, demolita nel Quattrocento. Proseguendo a destra, lungo il perimetro murato si può raggiungere la duecentesca porta Camiano e salire alla piazza del Comune attraversando uno dei rioni più caratteristici e meglio conservati della città.

S. BARTOLOMEO.
Dalla piazza del Comune, a destra dell'ex chiesa di S. Filippo scende lo scosceso vicolo degli Operai (la laterale sinistra va alla chiesetta duecentesca di S. Lucia), al termine del quale si trova la parrocchiale di S. Bartolomeo, di origine medievale presso l'omonima porta della prima cerchia (l'abside primitiva è visibile oltre la porta, v. oltre), completamente trasformata a partire dal 1638. L'interno, rimasto incompiuto con la copertura a capriate in vista, presenta ricchi altari e tele del '600: al 3° altare sin., Consegna delle chiavi di Jacques Ybot (firmata e datata 1663), e all'altare maggiore Madonna con il Bambino e i Ss. Bartolomeo e Giovanni Evangelista, di Giacinto Gimignani.

S. MARIA MADDALENA.
Fronteggia S. Bartolomeo, sul fondo della piazza Dante. La chiesa, di origine duecentesca, fu rifatta nel XVIII secolo. All'interno in controfacciata: decorazione a elementi prospettici attribuita a un pittore folignate attivo nella seconda meta del sec. XVII. Alla parete sinistra, Crocifissione, affresco del XV sec. ; S. Nicola da Tolentino e due angeli, del '500, secondo la maniera dello Spagna. A destra dell'altare, S. Nicola da Tolentino, affresco di scuola umbra della fine del '400; scultura lignea policroma settecentesca raffigurante Cristo risorto.

BORGO SAN LEONARDO.
Retrocessi allo sbocco del vicolo degli Operai, subito si varca la porta S. Bartolomeo, del 1244 come indica l'epigrafe murata sopra l'arco. A destra si vede l'originaria abside di S. Bartolomeo, con interessanti elementi assegnabili al secolo XI: una monofora lunettata con piedritti ornati di tralci di vite e grappoli d'uva, una piccola bifora con decorazione a dentelli; l'antica porta della città, ora murata, da cui secondo la tradizione entrarono per tradimento le truppe delle bande nere di Orazio Baglioni, che misero a sacco la città (1527).

Fuori la porta, oltrepassato a destra un torrione cilindrico delle mura si raggiunge la chiesa di S. Chiara con l'annesso convento agostiniano fondato dalla santa di Montefalco (Chiara di Damiano, 1268-1308), primo e più influente dei grandi insediamenti conventuali che caratterizzano il borgo San Leonardo. La chiesa, eretta tra XIII e XIV secolo sulla preesistente cappella di S. Croce, fu interamente rifatta nei primi anni del '600 da Valentino Martelli.

MONTEFALCO E IL VINO
fonte: http://www.montefalco.it/


La coltivazione della vite nel territorio di Montefalco, risale ad epoca romana, e compare in una citazione di Plinio il Vecchio, ove si narra di un vino pregiato ricavato dall uva Hirtiola. Tuttavia sembra che solo più tardi alcuni frati francescani abbiano riportato dall' Asia Minore il vitigno del vino Sagrantino, sostituendolo poi nelle vigne al vitigno del Sangiovese. E' questa rara e preziosa uva coltivata solo nelle colline intorno al paese che rende possibile aggiungere nel panorama dei vini italiani il vino Sagrantino di Montefalco. Non potevano ovviamente mancare oggi a questo sublime vino rosso tanto nelle sue varietà di E' solo nella zona di Montefalco, estesa per oltre 16000
ettari in posizione ottima e dalle caratteristiche geologiche particolari, che si coltiva il vitigno del Sagrantino; vengono comunque ancora coltivate anche altre uve, come, ad esempio, quelle del Sangiovese.Sagrantino di Montefalco secco che in quella di passito le certificazioni di qualità D.O.C. e D.O.C.G. ottenute rispettivamente nel 1979 e nel 1992. Il Sagrantinonella sua versione passita è un perfetto vino da pasto con gusto speziato e caldo, al tempo stesso corposo ed abboccato con tenore alcolico mai inferiore i 14 gradi e colore tendente al granato.di Montefalco, nella sua versione secca, è un vino italiano rosso granato con velature violacee, di aroma pieno e bouquét che ricorda l' aroma di more di rovo, con tenore alcolico fra i 13 ed i 15 gradi e va servito a temperatura ambiente, indicativamente fra i 17° ed 18°. E' ottimo compagno per minestre e carni leggere anche se la sua corposità lo fa scegliere anche per arrosti, selvaggina e per formaggi saporiti. Queste caratteristiche di gusto derivano dalla capacità del cultivar del Sagrantino le cui uve, dopo essere state colte in un avanzato stato di maturazione, resistono alla passitura; su graticci di legno (anche per due mesi) senza marcire o perdere il proprio contenuto di zuccheri. L'alta concentrazione di polifenoli e di tannini richiede, affinché si raggiunga la perfetta maturazione, periodo di affinamento di oltre 30 mesi per entrambe le varietà, di cui almeno 12 per la versione secca, da trascorrere in botti di legno. Proprio grazie a questa uva, coltivata solo sulle colline di Montefalco, che si deve la fortuna enologica della cittadina.


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